SATERIALE RAFFAELA MARIA

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SATERIALE

NEW MEDIA ART4

ARTE DIGITALE

ARTE DIGITALE

 

“Il computer e’ diventato invisibile. Sono totalmente concentrato sul lavoro e sull’esplorazione dei pennelli e dei colori digitali come mezzo per raggiungere il mio fine creativo”. E ancora: “Disegnare con il mouse e’ come disegnare guardando in uno specchio, non c’e’ contatto con quello che si vuole dipingere e manca lo spessore della pennellata e la ruvidezza della tela, in poche parole manca la presenza.” Piu’ sotto: “Qualunque sia il mezzo che ha ispirato l’arte, la sua originalita’ rimane nel contenuto, non nel mezzo stesso.”

Queste opinioni, cosi’ diverse tra loro, sono estratti dal forum di discussione avviato dal New York Times sull’arte creata a computer. Concetti sviluppati da artisti, curatori di musei o da semplici curiosi che non sono mai stati ne’ pronunciati ne’ passati alla stampa, ma solo scritti, perche’ come il soggetto della conversazione si possono vedere e leggere esclusivamente on-line con l’ausilio di un modem e di un monitor.

Sono contributi alla discussione attorno a quello che ormai ha preso piede come un nuovo mezzo di espressione artistica e che viene indicato con varie definizioni: net.art, new media art e digital art, tra le piu’ comuni.

Comunque lo si voglia chiamare l’energia che coinvolge e’ grande, e non potrebbe essere diversamente se il Whitney e il Guggenheim solo per citare i musei piu’ famosi, hanno in allestimento sezioni dedicate all’Arte Digitale. Nel frattempo il  Walker Art Center e il New Museum hanno allestito, rispettivamente, una galleria virtuale: Gallery 9, e uno spazio espositivo per l'arte digitale: Media Z Lounge.

In realta‘ e‘ gia‘ da piu‘ di un decennio che i computer hanno utilizzi diversi dall’archiviazione dei numeri di telefono di amici e conoscenti o dalla semplice stesura di testi.

I primi a giocare con il pc si accontentavano di tracciare linee di diverso spessore o riempire di colore forme geometriche, poi sono apparsi sul mercato software sempre piu’ sofisticati ed ecco finalmente Internet e i web designer. E’ probabilmente alla nascita della Rete che ci si puo’ riferire come al punto di inizio, e per due fondamentali ragioni: le pagine dei siti web messe on-line, qualunque fosse la funzione, dovevano innanzitutto avere una appetibilita’ per l’occhio, e i disegnatori, per la prima volta, si trovarono a disposizione un pubblico che poteva essere facilmente raggiunto e andava ben oltre la ridotta tiratura di una rivista o di un giornale. E’ stato naturale che, con l’ausilio di software sempre piu’ potente e versatile, i piu’ creativi e aperti alle novita’ siano emersi dalla mischia e abbiano fatto dei nuovi strumenti digitali un mezzo per esprimere e comunicare.

Percorsi diversi hanno portato numerosi artisti a confrontarsi con il digitale. Alcuni di questi hanno alle spalle anni di tele e pennelli, altri pagine e pagine di romanzi scritti, altri ancora esperienza nella moda come stilisti.

Simon Biggs, australiano di nascita e attualmente professore all’Art and Design Research Center a Sheffield in Gran Bretagna, ha fatto arte da sempre come pittore e scultore, e da oltre 20 anni usa il computer come si usa il linguaggio: per comunicare. Per Biggs il computer rimane un mezzo per fare e per osare, e la tecnologia, per quanto pratica e divertente, non deve essere un fattore di definizione del lavoro dell’artista. Il computer facilita quella convergenza di scrittura e immagini che hanno dato a Biggs risonanza internazionale: The Great Wall of China, presentato in Italia nel 1998 a L’Imagginera Leggera, a Palermo, e’ una macchina di parole in costante movimento sullo schermo. Oltre che su CD-Rom e su stampe l’opera puo’ essere vista on-line, perche’ “se l’arte si fa con il pc, il Net e’ un mezzo di comunicazione che da’ il senso della comunita’, ma confondere il Net con i computer e’ un grosso errore, come confondere il telefono con la scrittura”. Di opinione differente e’ invece Mark Amerika, musicista, regista e scrittore tradotto anche in Italia con il suo ultimo romanzo Sangue Sessuale per la casa editrice Snake Underground di Milano. Per Amerika l’arte che si trova su Internet e’ creata esclusivamente per Internet, ma come Biggs e’ entusiasta della flessibilita’ del nuovo mezzo: anche nelle sue opere si combinano immagini, musica e testi, perche’ “io credo che il linguaggio sia il codice originario dell’Essere Digitale e le parole sono il materiale dell’inconscio spirituale”. A differenza del piacere complesso che gli deriva da un romanzo, i progetti a computer danno ad Amerika un senso di euforia perche’ connettono artisti in giro per il mondo e sofisticati utenti della rete che possono interagire e, in un certo qual modo, cambiare le opere a piacimento: “il mezzo di comunicazione si e’ elaborato ed e’ diventato sicuramente piu’ divertente”. Le opere di Amerika sono in questo senso dinamiche, mai potrebbero sedere su una stampa, hanno bisogno dell’interazione dello spettatore. E’ la forza dell’impulso che spinge Amerika a fare New Media Art, “non posso non farla, ti cambia la vita se la fai: l’arte digitale e’ liberatoria perche’ e’ composta da 1 e 0 talmente fluidi che si possono ricombinare in infiniti modi e di continuo, ora e’ la tecnologia che deve stare al passo con la mia mente”.

Anche se il risultato non e’ necessariamente esposto su Internet non c’e’ ombra di dubbio che lo strumento computer sia estremamente flessibile e malleabile nelle mani di qualunque artista. Per Giorgio Baroni, milanese con alle spalle una scuola d’arte, una di moda e 2 anni e mezzo come stilista, l’uso del pc e’ meno costrittivo di stoffe e tessuti abbandonati proprio perche’ non gli permettevano di esprimersi liberamente. “Ora decido la luce e le forme”, e cosi’ facendo Baroni si astrae delle leggi fisiche della Natura che definisce saturazione, luminosita’ e ombre per comunicare e informare lo spettattore sulle cose del mondo, anche su quelle piccole e dell’arte pop di cui si dichiara rappresentante: “gli oggetti che ci circondano ci parlano”. Ed ecco le suole delle scarpe, le mollette per capelli e i cotton-fioc, e anche le immagini in un certo qual modo piu’ tradizionali che vanno incontro al pubblico per un senso di rispetto dello spettatore: la Madonna Of Cable con tanto di aureola e fiori ha come sfondo Piazza Vetra recintata ed e’ un vero trait-d’union tra il tondo manierista e il computer.

Ma quest’opera forse non bastera’ per portare verso il digitale tutti quei detrattori cui manca la trama della tela, l’odore del diluente e lo spessore della pennellata. Per Jon Ippolito, che ha osato e spaziato nell’astrofisica, nella danza, nella scalata dei vulcani e che ora e’ curatore al Guggenheim Museum di Soho a New York, “annusare e spalmare i colori su una tavolozza e’ un processo estremamente seduttivo”. Questo, peraltro, non limita la creativita’ di Ippolito che vede nel digitale soprattutto liberta’ di espressione, in una forma d’arte “piu’ veloce della nascita dei critici dell’arte stessa”, e che si augura come le possibilita’ scoperte con il nuovo media possano dare respiro alla scultura e alla pittura intese in senso lato. Qualcuno, invece, e’ pronto per tornare alle origini. Janet Cohen, diplomata in un master in Fine Arts assieme ad Ippolito, e parte del trio Ippolito-Cohen-Frank, dopo una serie di lavori comuni considera che “arte e digitale non stanno bene assieme. Non mi piace guardare dell’arte su un monitor, la mancanza della fisicita’ e’ un fattore di disturbo”.

Non e’ infatti un caso che proprio attorno a quest’ultima idea ruotino le maggiori critiche all’Arte Digitale. Come si e’ gia’ letto manca sicuramente la presenza e l’aura, non necessariamente dell’opera d’arte in quanto materia, ma anche dell’artista e del sudore della sua fronte. Non ci sono mani sporche di vernice ne’ l’esperienza che miscela i pigmenti originali, ma c’e’ invero la padronanza dei comandi del software come nuovo media conveniente e disponibile. Questo, in realta’, nulla toglie all’arte come performance, come azione. Forse i nuovi artisti dovranno essere geni del computer, o perlomeno saperne un po’, ma e’ fuori di dubbio che il tempo passato a provare e riprovare sino alla padronanza dei programmi non e’ una limitazione all’espressivita’, tutt’altro. Questo perche’ l’Arte Digitale non e’ esclusivamente da guardare: il multimediale e’ parte integrante della produzione degli artisti. Qui si sommano immagini in movimento, colori, suoni, parole. Le finestre dei browser si aprono a cascata lasciando lo spettatore a osservare a braccia conserte davanti alla schermo, mentre i file musicali si scaricano attraverso le casse e accompagnano il movimento delle immagini. I critici parlano di pseudo-artifatto, di luce e colore che non esiste perche’ basta staccare la spina per perdere ogni immagine. E a questo punto entra nella discussione un altro aspetto legato all’arte: l’originalita’ dell’opera e il collezionismo. Concetti che sembrano campati in aria per prodotti che, con un semplice comando dei tasti, si possono clonare e salvare su un dischetto infinite volte. Chi e’, a questo punto, che non puo’ dichiarare di possedere la copia di un’opera di un artista di Digital Art, o e’ forse l’originale? Basta navigare un po’ su Internet, scaricare l’immagine e metterla come sfondo sul desktop, oppure, quando i monitor saranno grandi, piatti ed economici, ecco che la collezione d’arte del salotto si potra’ cambiare secondo l’umore della giornata o gli ospiti della serata, e a quel punto il valore dell’opera sara’ nella sua idea originale e nell’azione dell’artista. “La mancanza dell’originale potrebbe essere il sigillo di morte delle opere digitali”, afferma Keith Frank, che continua: “se l’arte digitale non sopravvive avremo l’ennesima prova che in quest’era di possesso feticistico il mondo dell’arte e’ piu’ orientato al valore di mercato delle opere che non al loro significato artistico”. Amerika, lapidariamente, afferma che “il copyright e’ morto” e conia il nuovo termine di copyleft, da interpretarsi sul doppio significato della parola left in inglese: sia come l’atto di lasciare una copia, sui computer e sugli schermi di tutti, e sia come sinistra politica, che predilige il piacere alla proprieta’ intellettuale.

E’ sicuramente per questa mancanza di originalita’ che ancora nessuna opera e’ stata acquisita da un grande museo, dando cosi’ l’avvio a un vero e proprio mercato dell’arte che quindi e’ ancora tutto da definirsi. Ma che bisogno c’e’ di un mercato per potere apprezzare un gesto che da’ immagine o suono ad una idea. L’aiuto sicuramente piu’ grande verso l’accettazione comune della New Media Art come arte e’ lo spazio che i grandi musei le stanno facendo. I templi del classico si aprono anche al digitale. Perche’, senza dubbio, il libro d’arte se ne puo’ stare anche sullo scaffale, o su Internet, ma il ruolo sociale che i musei ricoprono ancora per molto non cedera’ il passo alla Rete.

Forse le critiche, positive o negative che siano all’Arte Digitale, sono sbagliate nella sostanza. Cercano infatti di definire individuando similitudini o differenze con le espressioni artistiche gia’ codificate, perdendo cosi’ di vista il fatto che la New Media Art sta cambiando totalmente il nostro modo di vedere. E’ un’arte che non ha limiti, perche’, non va scordato, si tratta del lato estetico del fenomeno meno definibile dell’ultimo decennio: Internet.

Per questa ragione nessuno riesce ancora a definirne o individuarne una tendenza, o meglio, come afferma Biggs: “… disturbera’ le coscienze, critichera’ lo status quo, destabilizzera’ quello che crediamo le cose siano, andra’ oltre le analisi e le descrizioni”. … ma allora e’ vera Arte.

 

Michele Molinari

 

TRATTO DA http://www.globevisions.com/italiano/la_galleria/arte_digitale/arte_digitale.htm

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